La sfida dei tablet: il settore business
maggio 23rd, 2012 § Lascia un commento
Il tablet sta vivendo un boom incredibile: i dati Apple riportano un + 151% rispetto all’anno precedente, con stime di vendita complessive del settore per 120 milioni di pezzi nel 2012, con l’iPad sempre testa per quote di mercato (oltre 60%), ma data la crescita sel settore, con ampi spazi anche per gli altri concorrenti (Samsung, Lenovo, ecc.)
Lo sbocco di mercato dei tablet non è solo quello consumer, cioè dell’utente finale che lo sostituisce al proprio pc, o semplicemente lo acquista perchè è un “must-have”. C’è una grande potenzialità in molti settori di servizi, come strumento d’ausilio alle attività di business.
Secondo una ricerca Vertic, nel 2011 sono stati acquistati ben 13,6 milioni di tablet dalle imprese. Il 38% di senior Excecutive e Managers sono stati dotati di tablet, mentre il 21% della forza vendita ne ha fatto richiesta per ottimizzare il proprio lavoro.
Un recente articolo su RCR Wireless individua i mercati business dove si prevede un’aumento degli acquisti di tablet:
- Strutture sanitarie. Ospedali, centri specialistici, studi professionali possono utilizzare il tablet come cartella clinica elettronica, consentendo di visionare lo storico del paziente e essere d’ausilio nella somministrazione delle cure. Sullo schermo si possono far visualizzare radiologie del paziente e altre informazioni, potendo sfruttare anche la connessione internet.
- Retail. L’ausilio del tablet al personale in-store per la gestione del negozio (anche per monitorare il comportamento dei clienti “real-time”, ne avevo parlato qui) oltre che per approfondimenti e confronti dei prodotti nella fase di vendita, unito all’utilizzo di tag RFID e QR codes.
- Scuole e università. Apple ha subito compreso che settore dell’educazione (a tutti i livelli) è cruciale per la vendita di iPad, proponendo subito applicazioni e funzionalità dedicate, che integrano o sostituiscono i libri tradizionali. In India il Ministero dell’Educazione ha acquistato 100.000 tablet per gli studenti, che possono averli a soli 35$, per usufruire di corsi on-line e acquistare libri di testo in formato e-book.
- Forza vendita. Agenti e rappresentanti di grandi aziende sono un’altro target ideale per il mercato tablet, utilizzabile al posto del palmare per prendere ordini, strutturare preventivi, quotazioni e per tutte le situazioni di vendita diretta.
- On field jobs. Il tablet è strumento utile per tutti quelli che lavorano “sul campo”: ingegneri, architetti, imprese edili possono dotarne il personale per scattare fotografie, visualizzare mappe, progetti e planimetrie. Zoomare e analizzare i dettagli è sicuramente molto più facile su un tablet che sui vecchi fogli di carta.
Quindi, i consumatori finali non sono l’unico bacino di acquirenti per il mercato dei tablet. Per arrivare ai volumi di vendita previsti si punterà sempre più sui settori business: aziende di grandi dimensioni e pubbliche amministrazioni che lo utilizzano come strumento di lavoro.
E voi, avete individuato altri settori di sbocco per i tablet?
Auto e marketing al femminile. Intervista a Gabriella Crafa di Autoaspillo
maggio 9th, 2012 § Lascia un commento
“Donne e motori gioie e dolori” si diceva una volta, quando il mondo dell’auto era di completo dominio maschile. Oggi, un pò la crisi e un pò l’evoluzione degli scenari, portano le case automobilistiche ad affinare sempre più le strategie per rivolgersi ai segmenti femminili. Su questa scia nasce Autoaspillo, il primo portale web di auto dedicato interamente alle donne. Non potevo farmi sfuggire un’intervista a Gabriella Crafa, ideatrice del progetto, per parlare di marketing e nuove strategie di comunicazione nel settore automotive
Gabriella Crafa ha un Master in Comunicazione e Tecnologia dell’Informazione ed è co-founder di Asap Online. Tra i suoi progetti anche il portale StileFemminile.it e la web TV MacchèTV.
Domanda di rito: com’è nata l’idea di un portale per auto al femminile? Quali sono i vostri intenti?
L’idea è stata una bella intuizione perchè di fatto non esisteva un portale web che parlasse di auto alle donne con il loro linguaggio.
Dall’idea iniziale abbiamo lanciato un sondaggio, chiedendo alle intervistate un parere su vari aspetti: dal logo, al nome, ai temi su cui volevano essere informate. E’ stato molto interessante scoprire che in effetti non esiste solo l’attenzione al design e agli aspetti più estetici legati all’auto, ma anche a temi forti quali la sicurezza e l’ecosostenibilità. Sulla base dei dati raccolti, è stato strutturato il sito e tutti i servizi connessi. L’obiettivo è dunque rivolgerci a una donna che desidera informazioni utili e chiare sul mondo dell’automobile e che ha bisogno di un portale che parli la sua lingua.
Qual è il processo decisionale nella scelta di un auto per le donne? Come cambia rispetto a quello dei maschietti?
Rispetto al passato penso che sia sempre più spesso la donna a scegliere la macchina per la propria famiglia: è lei che gestisce la logistica familiare, come nella scelta della casa, ad esempio.
La scelta per una donna, più che per un uomo, si basa su esigenze concrete pur mantenendo un’attenzione costante al design: la single cittadina ad esempio vuole una macchina piccola, magari bi-fuel, ma stilosa; la mamma opta per una soluzione più comoda e pratica e fa attenzione agli aspetti di sicurezza con più competenza rispetto a qualche anno fa.
Dal nostro sondaggio è emerso che il più delle volte le donne cercano proprio sui siti web le informazioni necessarie per effettuare la propria scelta, ma spesso hanno difficoltà a trovare schede comprensibili e semplici, o approfondimenti legati alle loro esigenze di donne, lavoratrici e madri.
Ci sono dei marchi che riescono meglio a “strizzare l’occhio” alle donne? Ci riescono soltanto le icone come Mini, 500 e Maggiolino?
Proprio per la loro sempre crescente centalità nel processo decisionale legato all’auto e per la maggiore indipendenza, le donne stanno diventando un target sempre più appetibile e dunque molte case automobilistiche progettano modelli ad hoc per loro.
Personalmente trovo molto interessante la strada dell’analisi e progettazione di accessori sulla base delle esigenze. In questa ottica sono nati il magic parking, adottato da molte case, o l’hill holder di Lancia (assistenza alla partenza in salita) che per le neopatentate costituisce un optional consistente. Un altro esempio sono gli attacchi isofix che consentono ai seggiolini per bambini di essere agganciati velocemente e in modo sicuro.
Anche gli eventi legati al mondo dell’automotive seguono il trend: già nel 2010 al Motor Show di Bologna per la prima volta è stato inaugurato il ‘Percorso donna’, grazie al quale le visitatrici seguendo una traccia di rossetto potevano sin da subito riconoscere i modelli a loro dedicati.
Crisi del settore: il mercato “rosa” può essere un’ancora di salvezza contro il calo di immatricolazioni? Oppure sarà un trend destinato a durare a causa dell’instabilità economica?
Non credo che il potere di acquisto delle donne sia tale da riuscire a risollevare da solo un mercato che registra una crisi consistente per diversi e complessi motivi. Come ho già detto, le case automibilistiche hanno comunque già avviato un percorso verso le esigenze femminili che tiene conto delle peculiarità di ogni tipologia di donna. Si tratterà a mio parere di rimanere in ascolto costante, aprendosi quanto più possibile al confronto diretto con le clienti e con l’evoluzione dei loro stili di vita.
Blog e social network: qual’è lo stato della blogosfera automobilistica al femminile? Che potenzialità hanno i social media per i brand e per l’engagement delle donne?
Da quello che posso osservare, le donne sui social cercano ancor di più confronto su temi specifici. Si passa dall’appassionata di drifting che pubblica immagini e video, alla mamma che condivide post su nuovi seggiolini per auto, fino alla fashion addicted che propone gli ultimi modelli firmati da case di moda.
Il web evolve sempre più verso il visivo e dunque è normale che social network come Pinterest, ad esempio, prendano piede: la fortissima prevalenza di donne fra gli utenti registrati e attivi apre la strada a nuovi modelli di condivisione di temi ‘al femminile’. Noi di Autoaspillo abbiamo investito fortemente in questo senso e stiamo ricevendo un ottimo feedback, ma vedo che anche le maggiori case automobilistiche si stanno adeguando. Le potenzialità dei social in genere sono enormi a patto che vengano utilizzati secondo le loro particolarità e con tagli trasversali rispetto ai contenuti del sito. Ci vuole un giusto mix tra analisi e creatività.
Ringrazio Gabriella per la disponibilità e per l’interessante intervista. In bocca al lupo per i tuoi progetti futuri…alla prossima!
Meno è meglio: il pensiero della Decrescita
aprile 5th, 2012 § 6 commenti
Che l‘economia sia una religione non è un concetto del tutto sbagliato. Il credo del PIL, della crescita a tutti i costi e dell’accumulazione di denaro è impregnato nella nostra società. Le ricette del governo Monti per uscire dalla crisi (giuste o sbagliate che siano) stanno andando nella direzione che l’economia tradizionale obbliga a prendere, ossia quella della crescita forzata. E per crescere, creare lavoro, garantire occupazione e tornare a livelli del passato, siamo chiamati a fare molti sacrifici. E’ giusto tutto questo? E’ forse il momento di ripensare i nostri modelli dominanti?
Più volte nel blog ho affrontato questi temi, qui con le idee alla base dello Zeigeist Movement e qui accennando all’economia della felicità. Oggi parliamo di un’altra corrente di pensiero da affiancarvi: il pensiero della Decrescita, di cui uno dei principali esponenti è il sociologo Serge Latouche [1].
La società della decrescita si basa su un fondamento molto semplice: la crescita economica a tutti i costi sta esaurendo le fonti non rinnovabili del pianeta e gli ecosistemi non potranno reggere uno sfruttamento delle risorse illimitato.
E’ necessario, in primis, uscire dalla dipendenza dal mercato, abolendo lo spirito del capitalismo e di una società dominata dal denaro. Bisogna vivere con meno per vivere meglio. I consumi devono lasciare il posto all’attività sociale e all’impegno politico. Secondo Latouche, infatti, la decrescita non deve essere soltanto uno slogan, ma un progetto politico a tutti gli effetti.
Lo scenario proposto è quello della sobrietà: ritrovare, cioè, il senso della misura e un’impronta ecologica sostenibile. Il sogno è quello di una “società frugale”, dove le persone escono da quello stato di insoddisfazione generalizzata provocato dalla pubblicità e dall’informazione di massa, che innesca continuamente nuovi bisogni e desideri. I valori che sono alla base della società dei consumi devono essere profondamente rivisti.
Quali sono i principali passi indicati dal pensiero della decrescita?
Ripensare la ricchezza. La ricchezza è fondata sui beni relazionali, sulla reciprocità e la condivisione: il sapere, l’amore e l’amicizia. Va ritrovato più tempo per sé stessi e per gli altri, per il pensiero, l’amicizia e la convivialità.
Autolimitare i bisogni. Bisogna ricercare la felicità nella povertà, nella rinuncia al superfluo, nella resistenza alle chimere del consumo. “Lavorare meno per consumare meno” non significa essere più poveri, ma crearsi spazi per liberare la creatività, per le relazioni sociali e per vivere una vita di qualità.
Decolonizzare l’immaginario. Il pensiero dominante, accettato da tutti e perpetrato dai mass media, è che “un paese che non cresce è un paese sempre più povero”, considerando quindi la crescita come normale e necessaria. C’è bisogno di una “pulizia semantica”: smettere di utilizzare tutte quelle parole dell’immaginario economico tradizionale, che attraverso l’informazione dei media, inculcano tali convinzioni nei cittadini.
Ritornare alla partecipazione politica. Impegnarsi nello sforzo politico è l’unico modo per trasformare queste idee di cambiamento in progetti concreti e condivisi da un largo numero di persone.
Ripensare il ruolo della scuola. Il sistema scolastico non deve avere come unico obiettivo quello di formare lavoratori occupabili, “iniziati alla religione dell’economia e del consumo”, ma dev’essere un luogo libero dalle preoccupazioni e dai timori del futuro, dove i ragazzi possano imparare a padroneggiare le proprie passioni.
I pensatori della decrescita si esprimono anche su chi sostiene che bisogna uscire dalla moneta (l’economia basata sulle risorse), dicendo che ciò porterebbe ad un caos sociale difficilmente prevedibile. Quello che bisogna fare non è disfarsi delle istituzioni economiche, ma reinquadrarle in una logica differente: la moneta non deve essere abolita, ma tornare ad essere un mezzo di scambio tra persone, e non soltanto uno strumento di accumulazione individuale e di disuguaglianza sociale. Va incoraggiato lo sviluppo di monete alternative: regionali, locali, complementari (qui quelle che stanno nascendo in Italia), che contribuiscano ad una crescita del territorio e alla rivalorizzazione delle attività locali.
Personalmente, credo che per molti aspetti siano le scelte del singolo che possono determinare o meno un adeguato livello della qualità della vita, e il raggiungimento di uno stato di felicità e benessere. E, nel bene o nel male, viviamo in un sistema in cui non è facile concretizzare alcuni precetti come “lavorare meno” e “”sviluppare la propria creatività”, o “agire per la collettività”. Bravo chi lo fa, ma non tutti, seppur desiderandolo, riescono a metterli in pratica.
Allo stesso modo, come si dice anche in questo articolo, non possiamo rinnegare un capitalismo che ci ha portati comunque al livello di benessere e soddisfazione nel quale ci troviamo. Né pensare tantomeno di vivere come eremiti.
Quindi, secondo me, dovremmo comunque calare queste “macro visioni” nelle piccole scelte del nostro quotidiano, dove possiamo vivere una decrescita felice imponendoci dei limiti, seguendo i principi del buon consumo, assumendo consapevolezza e spirito critico nelle nostre azioni.
La via della Decrescita, secondo me, passa da noi ancor prima che dalla politica. E voi, che ne dite?
[1] Latouche S. “Come si esce dalla società dei consumi” (2011)
Image credit: massacritica-foto
Fuori e dentro la Rete: alla ricerca di un equilibrio
marzo 23rd, 2012 § 2 commenti
Inauguriamo una nuova sezione del blog, quella dei Guest Post, con una raffinata riflessione di Lavinia Pucci sui tempi veloci della rete e sulla necessità di trovare un ritmo più lento, uno spazio per il pensiero, fuori dal flusso ininterrotto di informazioni. Buona lettura!
“In un mondo di esperienze incessanti di competizione, confronto, conflitto, coltivare uno spazio per l’esperienza dell’armonia e per il senso dell’utopia resta una chiara fonte di sanità. In un mondo che chiede di vivere in tempo reale, la realtà resta composta anche dai tempi più lunghi, dalla durata della nostra vita, dalla durata dell’umanità. E oltre.” [Luca De Biase]
Vivere la Rete come nodi interconnessi ci ha condotto all’esperienza della mente ipertestuale, dove gli elementi sparsi delle proprie riflessioni interiori acquisiscono nuovi significati, trasformandosi in rappresentazioni esterne condivisibili (quello che penso lo scrivo, e lo condivido immediatamente con gli altri). Saperi e informazioni sono immessi nel circuito per essere progressivamente elaborati in un ciclo continuo di conoscenze.
La possibilità di essere sempre connessi alla Rete riempie frammenti di tempo in un grado di assorbimento e di attenzione potenzialmente elevato. Notizie in tempo reale ci rendono fruitori immediati, sempre un passo avanti nell’informazione, e questo attiva quell’euforica necessità di condividere ogni cosa, sviluppando chat e discussioni, scambiando pareri che allungano i tempi di esposizione, dove ci troviamo ad essere (e crediamo di essere) il centro della Rete.
Ma quelli che dovrebbero essere strumenti da utilizzare con parsimonia e oculatezza, possono iniziare a ramificarsi in spazi vivibili, sottraendo tempo e cura per le attività della vita reale.
Non si ha ancora la percezione di questa invadenza finché non si fa un ulteriore passo avanti e si sfidano le nostre capacità di resistenza, ritornando a una consapevole e attiva scelta di interruzione temporanea dagli stimoli e dal bombardamento dei social network. La Rete è il luogo della condivisione e dell’informazione collaborativa, una grande opportunità che ci facilita la vita e ci fa evolvere. Ma la Rete è anche luogo di saturazione informativa, eccesso di elementi e stimoli, non tutti necessari, che vanno in qualche modo filtrati e selezionati.
Ci vuole un equilibrio nel ripartire il nostro tempo nella rete: un tempo per informarsi e vivere negli spazi sociali, e un tempo per dedicarci appieno alla nostra Real Life.
Arrivare a queste consapevolezze è l’inizio di un percorso di riflessione che può trarre giovamento dalle dinamiche virtuali: così come abbiamo immesso i nostri pensieri nella deriva condivisa delle Rete, adesso la Rete ritorna come modello di interazione tra noi e le nostre idee. In questo modo si riscopre il valore della riflessione personale che progredisce al di fuori della Rete, ma che ne ha acquisito le dinamiche.
Ecco il salto da fare per un ritrovato benessere: uscire saltuariamente dalla Rete, per ritornarvi con nuove consapevolezze. Recuperare piccole abitudini, distendere la vita su altri ritmi, dove frazioni di tempo scorrono più lentamente nel momento in cui si interrompe il flusso generato dalla Rete e si vince la tentazione dello sguardo sui SN.
Dal centro della Rete al centro di sè stessi. Rieducarsi all’ascolto del proprio Io interiore diventa quindi una nuova sfida, una lenta riflessione per arrivare a dire: “Il centro sono io, libero di navigare, ma in grado di staccare in qualsiasi momento per ritrovare il mio baricentro personale”.
Lavinia Pucci è autrice del blog Dimore Metafisiche. La trovate su Twitter @LaviniaPucci
Gli strumenti di People Tracking per il retail marketing
marzo 8th, 2012 § 3 commenti
Vi siete mai sentiti controllati all’interno di un un centro commerciale? Beh, forse dovreste…Pensate anche che le telecamere siano installate solo per motivi di sicurezza? Non sempre…Oggi facciamo luce su alcuni strumenti di in-store measurement e le relative implicazioni a livello di marketing per i punti vendita.
Innanzitutto, c’è da dire che la pianificazione di un centro commerciale (o di un iperstore) passa attraverso la definizione di diversi elementi, tra cui il merchanidising mix (la composizione della tipologia di negozi), il layout architettonico del centro (e il conseguente layout dei singoli punti vendita) e l’insieme dei servizi al cliente. Tali spazi sono progettati per essere altamente esperienziali: al centro commerciale, infatti, non si va solo per mere esigenze di spesa, ma anche per trascorrere il tempo libero (leisure) e vivere esperienze di marca.
Vi sarà capitato di notare che la ridondanza di stimoli e messaggi porta a far perdere il senso dello spazio e del tempo, soprattutto nei centri più grandi e affollati. D’altronde è proprio questo il fine: progettando ambienti polisensoriali, il consumatore passerà maggior tempo all’interno, e quindi, aumenterà il proprio livello di spesa. Sia la realizzazione dello shopping mall che dei punti vendita al suo interno, si basano su “strategie che coinvolgono un insieme di psicologi, architetti, ingegneri del suono, vetrinisti, allo scopo di coinvolgere tutti i sensi del cliente, creando situazioni multisensoriali” [1].

Dati gli elementi che entrano in gioco nella realizzazione di questi spazi, e soprattutto gli elevati investimenti che comportano, emerge la necessità di analizzare i flussi di persone e i processi comportamentali di fruizione e utilizzo degli spazi, al fine di agire per aumentarne il tempo trascorso all’interno, il livello di spesa, e in generale, migliorare l’esperienza di consumo.
Tra i molti strumenti in mano agli store manager, vi sono quelli di People Tracking, di cui si parla davvero poco. Questi strumenti, attraverso particolari software collegati ai sistemi di telecamere, possono analizzare in modo sistematico i movimenti e i comportamenti delle persone che transitano nei negozi. Non si tratta di semplici contatori di persone, ma di veri e propri analizzatori di comportamenti di consumo, ad un livello qualitativo molto avanzato.
Che cosa rilevano questi strumenti?
Oltre a contare il numero dei clienti che entrano nell’esercizio, misurano il tempo di permanenza all’interno, le aree e i reparti maggiormente transitati, i percorsi più “battuti”, anche con l’ausilio di grafiche dettagliate. Inoltre, i People Tracker di ultima generazione interagiscono anche con i tag RFID piazzati sui prodotti, permettendo al personale di vendita di agire in tempo reale sulla consulenza al cliente. E poi, mettono a disposizione vari dati e statistiche per il management del punto vendita.
Quale impatto sul retail marketing?
- A livello di strategie di merchandising. Capire quali sono i percorsi effettuati dai clienti, valutare i “punti morti” e i punti a maggior passaggio, analizzare come i clienti approcciano con i prodotti esposti, esaminare l’efficacia dei punti display: sono informazioni preziosissime per apportare le corrette modifiche al layout dello store e ottimizzare l’esperienza d’acquisto.
- A livello delle vendite (ROI e fatturato). Intrecciando i dati di profitto per ciascun visitatore con le analisi qualitative sui comportamenti, e confrontando anche le performance di punti vendita con sedi diverse, si può agire per aumentare il livello di spesa dei clienti.
- A livello operativo. Valutare visivamente qual’è l’impatto delle attività promozionali, come esposizioni, tasting di prodotto, utilizzo di promoter, permette di capire le modalità di interazione fisica tra cliente e prodotto.
- A livello di Customer Loyalty. Unendo i dati di people tracking con quelli relativi alla frequenza e alla tipologia di acquisti del singolo, è possibile aumentare la fidelizzazione dei clienti.
- A livello di gestione del personale. Monitorando i tempi di attesa, il livello e le modalità di interazione tra clienti e commessi, si possono pianificare gli interventi del personale, al fine di ottenere una personalizzazione del rapporto più efficace possibile.
In conclusione, gli strumenti di People Tracking sono senz’altro utili perchè forniscono informazioni qualitative importantissime sul consumer behavior, uno degli aspetti più difficili da sondare, proprio per la varietà e l’incalcolabilità dei comportamenti umani. Tali strumenti, inoltre, risultano validi sia a livello di singolo store che di struttura commerciale. Rimangono più oscure le questioni relative alla privacy: in ogni caso, ritengo che la consapevolezza dei clienti sull’utilizzo di questi strumenti sia una prerogativa imprescindibile.
E voi, che ne dite?
[1] Degli Esposti P. ”Dal prodotto all’esperienza: nuove strategie dell’impresa” (2007)

















