Chiesa e marketing? Un azzardo ma non troppo

Cambiano i tempi, ma non sempre cambiano le strategie.

Soprattutto se si tratta della Chiesa Cattolica, che ha forti difficoltà ad adeguarsi ai mutamenti della società. Non a caso, Bruno Ballardini, autore di “Gesù e i saldi di fine stagione“, la definisce una multinazionale in crisi profonda. Perche?

Calo di fedeli. Sempre meno persone trovano risposte ai propri problemi nella fede. Può essere un problema di fiducia nell’istituzione e di customer satisfaction.

Calo di vocazioni. Sarà che la crisi non è solo economica ma anche mistica, negli ultimi anni sempre meno sacerdoti prendono i voti. Un problema di attrattività nei confronti delle risorse umane, per il quale sono necessarie nuove strategie per attrarre personale.

Calo di confessioni. I fedeli non sono più propensi a svelare i propri peccati. Si tratta di mancanza di fiducia nella diocesi locale, un problema nella relazione di “prossimità” tra parroco e fedeli. Significa c’è bisogno di lavorare anche dal basso.

Crescita delle spinte autonome. I movimenti religiosi autonomi stanno prendendo sempre più piede e potere. Sarà perchè fanno meglio marketing?

Incapacità di innovare. Per quanto il Vaticano si sforzi di avvicinarsi ai fedeli tramite i “nuovi” strumenti (non è un caso che per la prima volta il Papa abbia risposto alle domande dei fedeli in TV), i risultati non sembrano ottimi. E’ un problema di codici di comunicazione, ma anche di gestione delle community on line.

Certo, applicare in toto le logiche del marketing alla Chiesa è azzardato, uno perchè il prodotto “fede” non è ben definibile, e poi perchè siamo fuori dallo scambio di mercato. Nè si può pensare di rivoluzionare la struttura organizzativa di un’istituzione secolare, dove riti e gerarchie ne sono le fondamenta  (e anche il pilastro che regge il tutto).

Però è anche vero che la Chiesa può avvalersi di tattiche nuove per non perdere fette di mercato, agendo sull’immagine, adattando i codici ai nuovi strumenti di comunicazione, e rinnovando le politiche interne. Ad esempio, supportando diocesi e sacerdoti (quelli che Ballardini chiama “punti vendita”)  a ottimizzare le relazioni con la comunità, puntando su ascolto, coinvolgimento e modo di relazionarsi ai giovani.

Forse, le iniziative migliori sono quelle dei singoli sacerdoti, con mentalità più aperta, che hanno capito come fare breccia tra la gente, magari usando (bene) il web 2.0. Quindi, una strategia di potenziamento e autonomia della “forza vendita” (paragone di Ballardini) sembra un primo passo fondamentale per risollevarsi dalla crisi.

(Dis)intermediari turistici. Alla ricerca del modello più efficace

disintermediazione turistica

I processi di scelta dei turisti passano sempre più tramite social network, e questo si sa.

Facebook, Twitter e Foursquare possono trasformarsi in strumenti potentissimi per quegli albergatori che sanno gestire la presenza e il contatto diretto con i clienti, veicolando offerte e promozioni, ma anche contenuti che generino interesse verso le attività e il territorio.

Non sempre, però, l’aspetto “relazionale” e quello “economico” congiungono, e per aumentare il numero di prenotazioni presso le strutture ricettive si ricorre all’intermediazione delle agenzie, che si prendono il loro bel margine sulla transazione.

E’ in questo gap che le società di disintermediazione hanno trovato una buona opportunità di business. Un caso molto interessante è Nozio.biz, società di consulenza che “aiuta” le strutture ricettive ad aumentare i contatti diretti e diminuire le commissioni a terze agenzie. Ottimizzazione del sito, affiliazione a un circuito, e altri servizi per potenziare il sistema di prenotazione. Ma solamente per le strutture che presentano determinati requisiti, ossia chiarezza su informazioni e tariffe.

Tra le cose interessanti proposte, ci sono gli strumenti per gestire la presenza Facebook, implementando gli appositi FBML di booking, che servono proprio a mostrare disponibilità e prezzi della camere direttamente dal social network. A questo punto, Nozio si propone anche come attivatore e ottimizzatore di pagine Facebook, andando in parte a sostituire i compiti che spetterebbero all’albergatore.

Fino a qui, il modello non fa una piega. In un’intervista a quelli di Nozio però (che potete leggere qui) viene detto che l’intermediazione di agenzie turistiche è uno svantaggio per l’economia del territorio, perchè è “un valore pagato dal viaggiatore che va in tasca all’intermediario, e sottratto al fornitore del servizio turistico” ed “è una ricchezza che resta nella destinazione senza dare valore aggiunto al turista“.

Secondo questa teoria, quindi, anche l’agenzia di disintermediazione è un intermediario, perchè i servizi offerti si pagano. E quei turisti che si rivolgono comunque alle agenzie, potrebbero essere dirottati verso destinazioni “a maggior offerta”, riducendo i flussi turistici su quel territorio e diminuendo l’indotto complessivo.

E poi, per ottimizzare la presenza sul web servono anche consulenti web e SEO: posizionamento sui motori di ricerca, aspetti grafici e  visibilità su Internet in generale. Che rappresentano ulteriori costi per gli operatori.

A questo punto, il modello più efficace è quello a minor costo per l’albergatore, che se abbastanza “evoluto” riesce da solo ad implementare una strategia web efficace, facendo parlare di sè senza appoggiarsi più di tanto a terzi che promettono miracoli (può essere il bell’esempio di Pizzicato Eco B&B). Generando valore per il territorio: raccontandolo, facendone “assaporare” le tipicità, mostrando gli eventi meno conosciuti e più affascinanti, creando un “allure” di interesse intorno alla località e un notevole buzz nella rete. E sicuramente, aumentando le prenotazioni.

Multiutility urban device, uno sguardo alla città del futuro

Può un lampione migliorare la qualità della vita e al tempo stesso abbellire una città?

Forse sì, se il lampione in questione in realtà è un Multiutility Urban Device, una sorta di albero iper tecnologico e multifunzionale, nato dagli sforzi comuni di varie imprese dell’hi-tech venete.

Il M.U.D. è un’installazione all’avanguardia che vuole fare “pulizia urbana”, riunendo in un unico totem un insieme di servizi diversi, con un grande focus sull’aspetto estetico: luci led per l’illuminazione, colonnina per la ricarica di auto elettriche, touch-screen interattivo dove passano le informazioni, altro monitor per pubblicità (bisognerà pensare anche a forme di revenue, dato che il costo del totem non sarà basso), hot spot per la connessione wi-fi, telecamere di videosorveglianza per la sicurezza urbana, e musica in filo-diffusione per rendere più piacevole la fruizione del luogo.

Si parla molto di città digitale, questo mi sembra un bel passo avanti per dare forma a una diversa concezione dello spazio urbano, dove non si guarda solo all’utilità del mezzo, ma anche al benessere di chi abita il luogo. Certo, il M.U.D. è ancora un prototipo, si dovranno valutare costi e gestioni di queste strutture urbane.

Resta comunque chiaro che il modo di fruire la città è destinato a cambiare, e questo tipo di installazioni sembra proiettarci davvero nel futuro. Visto l’assaggio, come potrà essere la città di domani?

Una città più facile: i servizi accentrati, le informazioni sul territorio a portata di mano, internet (quasi) ovunque e telecamere per un maggiore livello di sicurezza.

Un luogo più bello: la dimensione estetica è “segnale di valore” per i turisti e fonte di benessere e felicità per gli abitanti: il degrado, l’affollamento visivo, la sporcizia, la disomogeneità e il traffico dequalificano l’habitat. Gli spazi pubblici dovranno essere ordinati, puliti e funzionali.

Nulla di nuovo, ma finalmente un progetto concreto.

Deadmau5: quando il topo morto sa fare marketing

Come per molti altri personaggi della musica e dello spettacolo, anche i Dj devono esser bravi a fare marketing, soprattutto in un mercato (quello della club music) dove le tendenze cambiano molto velocemente, e bisogna esser bravi a “batter cassa” nei picchi di successo, per evitare di uscire in breve tempo dal circuito internazionale.

Tra i Dj house/electro di maggior successo e più bravi nel gestire il proprio personaggio c’è il canadese Deadmau5.

Differenziazione. A livello di creazione musicale Deadmau5 si è distinto creando un genere proprio, che spazia tra l’electro e la dub step, strizzando l’occhio anche agli amanti della house “pura”. I live show, poi, sono un tassello fondamentale per attirare fan ai concerti e far vivere un’esperienza musicale adrenalinica: installazioni innovative, incredibili giochi di luce, e ovviamente, gran bella musica.

Branding. L’immagine di marca è sicuramente il pilastro portante del castello: la maschera da topo con le orecchie enormi (che fa molto il verso al Topolino della Disney) è un brand assolutamente affermato nel mercato, riconosciuto e amato dai ragazzi, grazie anche al fattore merchandising: i fan vanno ai live set con la maschera, o comunque con una delle t-shirt del catalogo sempre aggiornato.

Relazione con i fan. La pagina Facebook secondo me è tra le meglio gestite del web. Quasi 3 mil. di seguaci, aggiornamenti di stato mai banali, Joel Zimmerman (questo il vero nome del Dj) condivide su Fb molto della sua vita personale, cosa parecchio apprezzata dai fan (si viaggia a migliaia di likes e centinaia di commenti). Per di più, Deadmau5 utilizza la pagina per mettere demo di nuovi pezzi, bozze e work in progress, tutto gratuitamente e in grande trasparenza, agevolando il download (tramite Souncloud) anche di brani non ufficiali. E’ un pò la strategia opposta a chi cerca di creare un alone di novità e aspettative, celando il prodotto prima della pubblicazione ufficiale.

La relazione con i fan prosegue anche su Minecraft, un videogame interattivo dove Deadmau5 dialoga e collabora con i fan nello svolgimento del gioco, creando una relazione diretta e solida artista / fan.

Insomma, un bel sound, una forte e distinta immagine di marca, e una familiarità con i social network spesso sconosciuta ai “big” della musica (che si avvalgono di terzi per gestire il 2.0) fanno sì che il topolone sia uno dei più apprezzati deejay  del pianeta. A conferma che certe logiche di marketing siano necessare al tutto il settore della discografia, per non sprofondare nel baratro del crollo di vendite.