Il telelavoro per le aziende: essere dipendenti lavorando da casa

In genere, nelle aziende la prassi è quella di avere sotto la propria ala tutti i dipendenti. Allo stato attuale però, le tecnologie permettono anche di non essere fisicamente presenti sul luogo di lavoro, ma di poter svolgere almeno parte delle funzioni comodamente al di fuori degli uffici.

Non sto parlando di lavorare come freelance, su cui non c’è nulla di nuovo, ma proprio sulla possibilità di rimanere dipendenti di un’azienda lavorando da casa: quello che è comunemente chiamato “telelavoro” o “telework”.

Cerchiamo di capire qual’è lo stato attuale delle cose e quali sono i pro e i contro del telelavoro per le aziende.

  • Alcuni numeri sul telelavoro

Sia negli Stati Uniti che in Europa, i governi stanno cercando massicciamente di incentivare le imprese a ricorrere al telelavoro. In Italia la disciplina del telelavoro è piuttosto completa, anche se siamo il fanalino di coda in Europa (solo il 3% di italiani ricorrono al telelavoro, contro il 25% dei paesi scandinavi)

Nelle grandi multinazionali americane, la percentuale di ore lavorate a casa sta crescendo vertiginosamente, anche a livelli manageriali. Secondo questo articolo, ad esempio, il 30% dei manager della AT&T lavora fuori da posto di lavoro, e il 40% lavora a casa fino a 2 giorni a settimana. In Microsoft, addirittura, si celebra l’Home Office Day: un giorno all’anno tutti i dipendenti sono invitati a lavorare a casa, allo scopo di promuovere l’uso della tecnologia come strumento capace di slegare le persone da un luogo fisico.

  • I vantaggi del telelavoro

I benefici che derivano dal ricorrere al televoro possono essere divisi in 3 categorie:

Benefici per l’azienda. L’aumento della produttività del dipendente, il calo di assenteismo, l’abbattimento dei costi di elettricità e gestione degli uffici. Strutture più snelle, ma senza rinunciare alla qualità del lavoro, grazie all’innovazione tecnologica: videochiamate, condivisione in tempo reale di documenti, webinar e riunioni in streaming…Secondo questo interessante report il 40% delle mansioni degli impiegati potrebbero essere svolte lontano dal luogo di lavoro. Eppoi, è un incentivo a orientare il lavoro per obiettivi, spingendo al completamento di compiti e progetti.

Benefici per il dipendente. Una maggiore flessibilità, il risparmio di benzina e costi di trasporto, un work-life balance più favorevole. Le persone possono dedicare più tempo alla famiglia e avere tutte le comodità della propria casa, facendo le stesse cose che farebbero in ufficio. Inoltre, con meno distrazioni (in ufficio l”urgenza imprevista” è sempre dietro l’angolo), il dipendente è più orientato a raggiungere obiettivi specifici. Senza dubbio una condizione allettante per molti, soprattutto per le donne.

Benefici per la società. Riduzione dell’inquinamento, la diminuzione della congestione del traffico, meno incidenti e meno costi per la manutenzione di strade e mezzi di collegamento. Anche per la collettività i vantaggi sono molti.

  • Quali svantaggi per il telelavoro, invece?

Ovviamente, non è tutto oro quel che luccica. Per un’azienda ricorrere al telelavoro può portare anche alcuni svantaggi.

Controllo del dipendente. Il telelavoratore non ha superiori diretti ai quali fare riferimento durante lo svolgimento delle attività. Diciamo che trovandosi a casa, il rischio è di lavorare meno ore (perchè non c’è controllo) e sentirsi più liberi di fare da sè, eludendo le proprie mansioni. Ecco che ritorna la necessità di lavorare per progetti e per obiettivi.

Creazione del team e di appartenenza ad un “gruppo”. La creazione di senso di appartenenza all’azienda (il “team building”) viene meno con il telelavoro. Inoltre, il dipendente da casa non ha la conoscenza dei flussi di lavoro e non può interfacciarsi con il team in presa diretta. Sicuramente, dovrà ricorrere spesso al telefono, per tenersi aggiornato sullo svolgimento delle cose. Possiamo chiamarlo rischio di “isolamento”.

  • Alcuni limiti

Ecco, dunque, che è fondamentale la capacità organizzativa dell’azienda, che non può improvvisare il telelavoro senza strumenti adeguati e idee chiare sullo sviluppo delle attività.

Questo potrebbe essere un limite per le PMI. Infatti, mentre le grandi aziende (come già accennato) riescono meglio a gestire il telelavoro, le PMI potrebbero incontrare maggiori problematiche: principalmente per mancanza di struttura, per una cultura aziendale meno orientata al marketing e all’efficenza, o per inesperienza nel gestire un collaboratore in telelavoro. Il rischio è che il dipendente si trovi a lavorare in completa autonomia, “perdendo contatto” con gli sviluppi dell’azienda, e operando in maniera infruttuosa.

E poi, dipende dalla mansione svolta in telelavoro. Ci sono posizioni che si prestano meglio, come la programmazione informatica ad esempio, ed altre meno, come potrebbero essere le funzioni marketing e commerciale.

In buona sostanza, ricorrere al telelavoro ha i suoi grandi vantaggi, ma è una scelta da soppesare con attenzione in base alle capacità e all’organizzazione dell’azienda.

E voi che ne pensate? Avete esperienze di telelavoro da raccontare? ;)

C’era una volta il marketing non-convenzionale…

C’era una volta il marketing. E’ durato parecchio, alcuni decenni, e in parte, continua a durare.

Poi, qualcosa è cambiato. La cosiddetta era postmoderna ha visto il declino delle forme classiche di comunicazione: gli spot televisivi, il bombardamento massiccio di slogan, la presunzione di ingenuità dei consumatori. Il marketing inteso in senso tradizionale ha perso sempre più efficacia. Lo hanno chiamato il “disincanto” del consumo.

Le persone, cioè, hanno maturato una consapevolezza e un’attenzione tale alle tecniche della pubblicità, che non cedono più al “richiamo delle chimere”. Gli esperti di marketing hanno gridato al “cambio di paradigma”: sono nati così il marketing virale, l’ambient marketing, l’advertainment e molti altri neologismi racchiusi sotto l’ala del marketing non-convenzionale, per indicare modi e luoghi insoliti per trasmettere il messaggio, nuovi territori fino ad allora inesplorati per le marche.

In pratica, il “disincanto” dei consumatori ha portato a trovare strade diverse per far parlare di un brand, per attirare l’attenzione del passante distratto, per divertire l’utente internet, per far gridare “wow!”: in altre parole, nuovi modi per ri-ottenere quella attenzione perduta.

Si è anche detto, però, che nell’era postmoderna “il consumatore richiede più attenzione”. Le persone, cioè, vogliono essere coccolate, seguite, trattate alla pari. Come vere persone, d’altronde. I clienti ricercano sempre più un dialogo con la marca, quel dialogo che le barriere della comunicazione “one-way” hanno sempre impedito.

Però, se ci pensiamo bene, la maggior parte delle nuove tecniche di marketing non sono altro che nuovi modi per ottenere attenzione, per farsi notare, per generare quella che in gergo tecnico si chiama “awareness” (consapevolezza). E per farne parlare. Word-of-mouth.

Cercare disperatamente di ottenere attenzione, però, non fa altro che aumentare le stesse barriere alla comunicazione da parte delle persone. Come dice Gianluca Diegoli, ”l’ambient marketing, spesso, è solo pubblicità che evade la tassa di occupazione di suolo pubblico, e contribuisce a un ulteriore aumento di anticorpi pubblicitari nelle persone” [1].

Quegli anticorpi che abbiamo sviluppato nel tempo e che utilizziamo guardando la Tv, piano piano inizieremo a svilupparli anche per altre forme di pubblicità non convenzionale (come lo street marketing, il guerrilla ecc.) cioè quando la massa avrà compreso i tricks non convenzionali e dirà: “carino, ma la prossima volta non ci casco!”.

Saremo sempre meno affascinati anche dalle nuove tecniche, che tanto nuove (perlomeno alcune) cominciano a non esser più.

L’utilizzo delle tecniche non-convenzionali è direttamente proporzionale alla “convenzionalizzazione” delle stesse.

Il ritmo incessante con il quale evolvono queste tecniche porta ad una rapida perdita di efficacia delle stesse. L’effetto novità svanisce sempre più in fretta. La prossima potrebbe essere la volta dei QR code. Di base un utile strumento, se pensiamo che la Tesco Korea ci ha realizzato un supermercato senza prodotti. Ma la maggiorparte delle volte sembra un mero esercizio di stile. Iniziano a spuntare come funghi, ma quali contenuti contengono? Quanti puntano lo scanner del proprio smartphone sulla pubblicità della rivista per proseguire la stessa pubblicità on-line? E’ il classico uso sbagliato degli strumenti giusti, come avviene spesso con il cattivo uso dei social network da parte delle aziende.

Quando finirà il marketing non-convenzionale?

Quando anche le nuove pratiche saranno diventate prassi comune, e quindi convenzionali? Oppure il non-convenzionale è solamente un appellativo che continuerà a esser dato a nuove idee per catturare l’attenzione delle persone?

Non mi ritengo abbastanza esperto per dire che direzione prenderanno le cose, ma sono abbastanza sveglio per capire che tutto ciò che continuerà ad essere considerato come “trucchetto”, come abile tattica, come specchietto per le allodole, sarà prima o poi “smascherato” dal consumatore. Che si tratti di vecchia o di nuova pratica.

Le aziende, anche le più grandi e strutturate, dovranno per forza mettersi sempre più alla pari delle persone, mandando avanti le proprie persone e facendole dialogare con le altre persone. Nei social network, nelle community on-line, per telefono, per strada. Perché, come dice il buon Diegoli, “tra persone ci si capisce meglio”. E forse, le tecniche e le iniziative migliori saranno quelle che non presenteranno affatto la parola marketing.

[1] Diegoli G. (2008) 91 discutibili tesi per un marketing diverso, http://www.minimarketing.it