E’ possibile una società senza moneta? Ecco l’economia basata sulle risorse

E’ possibile vivere in una società senza moneta, senza forme di debito e credito, addirittura senza baratto?

Secondo alcuni sì. Jacque Fresco è l’ingegnere sociale, visionario e futurista fondatore del Venus Project, che da molti anni sostiene la possibilità di sostituire l’attuale sistema economico e sociale con un’economia basata sulle risorse. Secondo Fresco, l’insostenibilità del sistema attuale deriva dai fondamenti dell’economia tradizionale stessa, tra cui il concetto di scarsità, che alimenta un meccanismo perverso a livello finanziario – enorme indebitamento pubblico – e a livello reale, ossia la necessità di un consumo ciclico per alimentare la produzione di beni, e quindi la crescita economica.

Questi concetti emergono oggi con molta forza, confermati da una crisi globale che perdura, ed espressi, ad esempio, anche dal movimento internazionale degli Indignados.

Dalle idee di Fresco è nato anche il movimento Zeitgest (che conta attualmente 560.000 iscritti) e che persegue l’obiettivo di realizzare nella pratica un’economia basata sulle risorse, “riprogettando la società per il beneficio di tutta l’umanità, assicurandosi che ci siano abbastanza beni e servizi per tutti, massimizzando la libertà e la felicità personale che riducono costantemente i comportamenti antisociali e la criminalità. Questi valori possono essere realizzati solo usando gli intelligenti e razionali metodi della scienza e gli strumenti della tecnologia” [1].

I teorici dell’economia basata sulle risorse, infatti, hanno un credo fortissimo nella tecnologia. Essi sostengono che gli avanzamenti tecnologici che ci permetterebbero di realizzare queste innovazioni sociali sono già stati fatti, ma non vengono applicati nella pratica. In realtà, le risorse sulla terra sarebbero tutt’altro che scarse: semplicemente sfruttando fonti di energia alternative (l’energia geotermica su tutte) e nuovi metodi di produzione di cibo (come l’agricoltura idroponica) sarebbe possibile “ricavare 4.000 anni di energia per il pianeta”.

Secondo questa visione, quindi, il problema non sarebbe costituito dalla disponibilità di risorse, ma solamente dalla tecnologia per estrarla e distribuirla in maniera efficiente. Cosa che non avviene, in quanto il sistema capitalistico/finanziario globale tende volontariamente a creare scarsità. Nella visione di società di Jacque Fresco, la situazione sarebbe più o meno la seguente:

- Non esiste proprietà privata né moneta: ogni persona ha libero accesso ad ogni tipo di risorsa, senza costi, in quanto i beni sono di proprietà collettiva (esempio banale: guido una macchina o una bici resa disponibile per la collettività, una volta terminato l’uso la rimetto a disposizione degli altri);

- Non ci sono governi, considerati come prodotto della scarsità ambientale e del sistema monetario, spesso corrotti e che non fanno gli effittivi interessi dei cittadini che rappresentano. Fresco e i suoi ipotizzano un trasferimento dei processi decisionali all’intelligenza delle macchine (ecco il credo quasi “fondamentalista” nella tecnologia), in grado di vagliare in modo imparziale moltitudini di informazione e prendere quelle decisioni che la politica attuale non è in grado di prendere, intrisa com’è nella logica della crescita e del profitto. Una frase mi ha colpito in particolare: “La democrazia nel mondo di oggi è un’illusione. La gente pensa di avere la scelta perché può votare e mettere persone preselezionate al potere. Una volta che la persona è al potere, il pubblico non ne ha più”.

- Ci sono “città che pensano”, costruite da zero con tecnologie ad estrusione e altri sistemi hi-tech, in modo da preservare l’ambiente e utilizzare con la massima efficacia le risorse energetiche, ma a anche la produzione e la distribuzione di merci;

- Il lavoro è volontario e finalizzato al miglioramento della società; non ci sono salari, in quanto “la retribuzione in un’economia basata sulle risorse sarebbe rappresentata dal continuo miglioramento della società nel suo insieme”. Le persone saranno più libere perchè non costrette ad attività lavorative, utili solamente ad avere un guadagno ed alimentare il “ciclo dei consumi”;

- Non ci sono leggi che regolano il sistema, in quanto non ci sarebbero motivazioni alla criminalità, dato che la maggiorparte dei crimini sono collegati alla moneta. Il libero accesso alle risorse abbatterebbe reati e comportamenti “illeciti”, e l’assenza di moneta ristabilirebbe i valori umani su ciò che è veramente importante, eliminando lentamente l’avidità, la gelosia e l’ego.

Lungi da me analizzare pro/contro di questi concetti, che richiederebbero lunghe riflessioni e dibattiti. Per approfondimenti consiglio di leggere direttamente il libro di Fresco e del movimento Zeitgeist. Il punto è:

Quanto tutto ciò è realizzabile?

Sinceramente, seppur ne condivido in pieno i concetti di fondo (apparte il “fondamentalismo tecnologico”) è innegabile che l’effettiva realizzazione di quello che è a tutti gli effetti un “nuovo ordine mondiale”, sia a dir poco utopico. Ma non per questo va scartato a priori.

La visione di Jasque Fresco dovrebbe essere vista più come un obiettivo al quale tendere, una spinta ad una forte presa di coscienza per le persone e per la politica, una linea di pensiero da unire alle altre che remano nella stessa direzione, come i pensatori dell’economia della felicità e i filosofi della decrescita. Partendo dalla creazione di situazioni concrete che ne dimostrino una seppur parziale realizzabilità, delle “comunità esempio” nelle società più evolute (come quella di Svanholm in Danimarca), al fine di dimostrare che certi modelli sociali basati sull’uscita dalla logica dell’accumulazione capitalistica possono essere adottati anche su larga scala. Solo così si può rendere meno utopica una visione del mondo che a primo impatto sembra “estrema” e difficilmente realizzabile.

[1] Fresco J., Joseph P., Meadows R. (2009) The Zeitgeist Movement. Guida di orientamento per l’attivista.

Raccontare l’Italia con un Digital Diary: intervista a Mikaela Bandini

Torniamo a parlare di turismo, questa volta con una bella intervista a Mikaela Bandini, l’ideatrice di Can’t Forget Italy, un progetto innovativo e non-convenzionale per comunicare i territori, a costi decisamente ridotti e con una forte componente virale. Scopriamo il suo punto di vista sullo stato della comunicazione turistica in Italia (ne avevo già parlato qui) e come proseguirà il Digital Diary dopo la prima tappa in Basilicata.

Ciao Mikaela, raccontaci un pò cos’è il Digital Diary of Italy e come si è svolto…

Digital Diary è il primo progetto svolto a fine settembre 2011 nella regione Basilicata, in un format assolutamente innovativo, strutturato solo in lingua inglese e dalla divulgazione esclusivamente via web. Il progetto ha coinvolto 7 giovani, tutti al di sotto dei 35 anni tra videomaker, blogger e creativi di tutto il mondo, che sono stati ingaggiati per 7 giorni a produrre 7 video-racconti esclusivi ed originali. Il tutto è risultato nuovo, giovane e poco formale, nonché ottimale per potersi inserire in svariate piattaforme web e diffondersi in maniera esponenziale.

Com’è nata l’idea di realizzare un tour di artisti, fotografi e blogger in Basilicata? E perché rappresenta una novità nel panorama italiano?

L’idea è stata solleticata un anno fa al BTO di Firenze dopo l’intervento di Roberta Milano. Volevo dare un esempio di originalità nel campo del turismo e del marketing, divertendomi e realizzando un prodotto di alta qualità con poche risorse. Il tutto è stato realizzato in pochissimo tempo e con un budget oserei dire “misero” rispetto a progetti simili, soprattutto perché Digital Diary non comporta vedute aeree, testimonial dai caché milionari o immagini statiche ritoccate in Photoshop, ma soltanto uno stile diretto e sincero (reale) :)

In che cosa siamo carenti, secondo te, nella comunicazione turistica in Italia? Cosa potrebbe (e dovrebbe) essere fatto per comunicare le bellezze del nostro Paese?

Premesso che sono una straniera in Italia, secondo il mio punto di vista l’idea dell’Italia è rimasta ancora ai tempi di ‘Pasta, Piazza e Mandolino’, quando invece c’è un Italia più contemporanea e attiva che vuole emergere e farsi conoscere, ma poco considerata, perchè forse meno attraente. Faccio l’esempio di Urbanitaly.com, un mio recente lavoro che racconta il “b-side” dell’Italia dei nostri giorni con indirizzi e segnalazioni di eventi, b&b, negozi o ristoranti particolari e di tendenza, e che non hanno a che fare con i soliti e ruminati luoghi archeologici o convenzionali.

Digital Diary è originale, in primis perchè non è fisico, ma totalmente inserito nel portale Cantforget.it{aly}; un contenitore che raccoglie storie e sensazioni attraverso le immagini, una sorta di Davide vs Golia 2.0. E’ la prova tangibile di quello che si può fare con buone idee, buone persone e tanta passione, senza andare alla ricerca di risorse da capogiro.

Perchè, secondo te, sono ancora poche le iniziative simili, anche a livello più locale, considerato anche che i costi per realizzarle sono inferiori rispetto alle classiche campagne di comunicazione? E’ mancanza di ottica strategica, il fatto che “si è fatto sempre così”, o che altro?

L’Italia non si stacca da quest’immagine statica forse perché il nuovo è sempre una scoperta, e oggi come oggi non è facile mettersi in gioco e rischiare. L’APT Basilicata che ha finanziato il tour di Digital Diary è stata, infatti, definita coraggiosa, proprio perché la Basilicata è una Regione molto piccola e grazie a Digital Diary si è affacciata quasi per la prima volta, rispetto ad altre regione italiane, nell’utilizzo del web marketing territoriale.

Al di là della comunicazione di un territorio, come possono essere sfruttate le nuove tecnologie e il web 2.0 per lavorare anche a livello di “prodotto territoriale” (composizione dell’offerta, promo-commercializzazione, strategie condivise tra operatori del turismo…)?

Il Web 2.0 e lo sviluppo dei social media creano cambiamento e movimento nel modo di comunicare, di pensare e lavorare. Internet è uno strumento oggigiorno immancabile, sia in azienda che per la quotidianità di un semplice individuo. Con esso si possono realizzare progetti di marketing territoriale come Digital Diary, più efficaci grazie al migliore accesso alla conoscenza, alla condivisione delle idee, a costi bassi e con alti ricavi/risultati.

E non è un caso che le imprese di maggior successo utilizzano quasi esclusivamente tecnologie del Web 2.0, creando una “networked company” attraverso strumenti come blog, podcast, social networking, wiki, ecc.

Quali sono stati i risultati raggiunti dal progetto? Quali saranno le prossime tappe previste per far conoscere l’Italia in modo non-convenzionale?

I risultati sono stati eccellenti soprattutto per gli obiettivi prefissati: visibilità e divulgazione in poco tempo ad altissimi livelli.

Nell’arco dei prossimi mesi viaggeremo per tutto lo stivale, lavorando insieme alle Agenzie di Promozione Turistica più “avventurose” e non solo, con lo scopo di creare altro materiale video, foto e commenti, tutto rigorosamente inedito.

Beh, che dire, non vediamo l’ora di vedere altre emozionanti immagini dell’Italia, dato che quelle realizzate finora (eccole) meritano davvero tanto ;)