Qualcuno li aveva dati per spacciati, i punti vendita. Si prospettava un futuro fatto di vetrine con prodotti immaginari da scannerizzare col QR, pagati via smartphone e spediti direttamente a casa. Pura virtualità. Non che questo non avverrà, anzi sicuramente sarà uno degli scenari futuri, soprattutto per la GDO e il mercato delle commodities. Ma l’e-commerce non prenderà il sopravvento, anzi.
Per alcuni settori il retail cambierà, mentre per altri sarà una frontiera tutta da scoprire. Come ad esempio per Google, che vuole aprire una catena di Google Store dove proporre prodotti per l’home entertainment, i sistemi operativi e i software, i prodotti Motorola (acquisita da Big G) e le anteprime delle nuove invenzioni come i Google Glasses.
La novita? L’azienda immateriale per eccellenza che, per competere, deve materializzarsi. E non è l’unica: Microsoft ha aperto da tempo i propri flagship store interattivi, dove i clienti possono vivere esperienze di marca, giocando con Kinect e XBox, provando gli Windows Phone e molto altro, immergendosi a 360° nel brand Microsoft.
Pare dunque che per i brand nati dietro ad uno schermo la scommessa sia quella di creare un concetto di marca fisico, che vada oltre il ragionamento, sfociando nell’esperienza olistica, che non coinvolga soltanto la vista ma l’insieme dei sensi, attraverso un’immersione completa nel mondo percettivo del brand.
Questo non vuol dire che il retail stia tornando indietro, anzi. I concept cambiano: gli store non sono più focalizzati sull’assortimento e sulla vendita del prodotto (il più del fatturato si sposta on-line), ma sulla prova, sulla presentazione di modelli esclusivi, sulla creazione di un’atmosfera ideale per far vivere delle brand experience multi-sensoriali.
I nuovi spazi retail saranno sempre meno negozio e sempre più museo (mostra ed esposizione dell’offerta), oppure atelier (realizzazione di modelli su misura, esclusivi, customizzati), lasciando il core business, cioè la vendita di modelli classici, al canale e-commerce, gestito direttamente o tramite intermediario digitale (come Yoox o Zalando, per intenderci). Un bell’esempio è il Converse Store di Broadway, dove si possono personalizzare le proprie scarpe con borchie, lacci e disegni unici grazie alla presenza di designer e grafici, e dove i modelli tradizionali non vengono nemmeno proposti.
Oppure, si assisterà alla commistione di formule classiche con le logiche dell’e-commerce, generando punti vendita semi-automatizzati dove rimane il contatto e la prova con il bene da acquistare, ma gli ordini sono gestiti tramite mobile e app. Come avviene per esempio da Hointer.
O ancora, come gli store Bonobos, dove si accede solo su appuntamento, si fa realizzare la merce su misura grazie alla consulenza del personale qualificato (che diventa vero e proprio “personal shopper”) si riceve tutto il giorno successivo a casa propria.
Sono tante le nuove formule di retail che stanno nascendo: per una bella carrellata di “retail museums” date un occhio qui.
Insomma, laddove il brand vuole continuare a generare appeal, ad esistere nelle menti e nei sensi delle persone, non potrà mai prescindere dall’investire sui punti vendita fisici. L’on-line è il canale dove sempre di più passeranno le transazioni, ma l’off-line è tutt’altro che destinato a scomparire. Sarà sempre più importante elaborare strategie commerciali che sinergicamente sfruttano la necessità di un contatto fisico con i prodotti, il vissuto esperienziale di marca, e la consulenza e i servizi di personalizzazione al cliente. Integrando il tutto con la rapidità e la semplicità degli acquisti on-line.








