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Il web marketing per l’artigiano: un caso di successo

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Non sono solito concedere interviste “tanto per”, e chi mi conosce sa bene che non faccio “marke-tting”. Quello che mi piace fare, invece, è raccontare storie interessanti e oggi ne ho trovata una.

Diego Mulfari è figlio di Felice Mulfari, imbianchino della Brianza colpito come tanti altri dalla crisi del settore edilizio, in un mestiere dove è difficile fare innovazione e differenziarsi. Nel giro di pochi anni, grazie alla visione di Diego, che ha portato l’attività sul web, Felice è diventato il primo imbianchino 2.0 d’Italia, e molte riviste e giornali hanno parlato di lui.

Diego non fa nulla di nuovo, ma ciò che lo rende una “mosca bianca” è il fatto di essere riuscito ad applicare una strategia web strutturata  in un’impresa artigianale, gestita dal padre.

Solitamente, il più grande ostacolo che vedo in mestieri simili non è tanto quello di non avere budget, ma soprattutto quello di non capire le potenzialità del digitale e non avere il tempo per portare avanti attività fatte bene sul web, dato che durante il giorno si deve fare “manovalanza” e non si può certo assumere uno specialista.

Certi tipi di mestiere ancora oggi fanno moltissima fatica a digitalizzarsi e a capire dove e come va investito un budget sul web per portare qualche risultato alla propria attività. Diego, con astuzia e costanza, ha dimostrato che è possibile farlo. Ho scambiato quattro chiacchiere con lui.

Ciao Diego, la tua storia mi ha molto colpito. Sei riuscito a portare avanti una strategia di web marketing in modo molto oculato ed efficace. Che formazione hai? Hai fatto tutto da solo? Hai mai pensato all’ausilio di un’agenzia, oppure sei subito partito in autonomia?

Ciao Simone, innanzitutto grazie per avermi ospitato sul tuo blog, un punto di riferimento fondamentale per chi si affaccia al mondo del marketing ma anche per gli addetti ai lavori che vogliono costantemente migliorarsi grazie ai tuoi spunti.

Io ho una laurea specialistica in “Comunicazione ed editoria multimediale”, ma mia formazione come web marketing specialist la definisco da “artigiano del Web”. Ho frequentato un corso di marketing della durata di un mese finanziato da Regione Lombardia, ma la maggior parte della mia formazione è stata da autodidatta.

Il nostro nuovo sito web e logo aziendale sono stati fatti da professionisti, ma per il resto non ho avuto bisogno di agenzia: grazie ai blog, ai tutorial, libri e persone con cui mi sono confrontato, sono riuscito a realizzare il progetto di imbianchini 2.0 con buon successo.

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Al di la di blog e SEO, la campagna di digital PR è davvero di buon livello. Qualcuno ti contatta mai per un preventivo dopo un articolo su Panorama o MIllionaire?

L’obiettivo della mia campagna di digital PR è quello sicuramente di incrementare l’awareness del marchio “Mulfarimbianchino” e farlo conoscere a sempre più utenti del Web.

Attraverso i guest post ricevo impennate di visite giornaliere sul blog: molte di queste, ovviamente, non sono in target con il nostro business ma sui grandi numeri si sa, qualcosa di buono arriva sempre.

Ti racconto un aneddoto: qualche mese fa ho rilasciato un’intervista per Donna Moderna raccontando la nostra storia di imbianchini 2.0: tra le lettrici della famosa rivista c’era anche Silvia Ziche, famosa fumettista italiana. Entusiasta del nostro racconto, Silvia ci ha scritto una mail per ricevere un preventivo sulla tinteggiatura del suo appartamento di Milano: abbiamo appena svolto il lavoro con grande soddisfazione!

I guest post e le mie interviste servono pertanto a far crescere il valore del brand “Mulfarimbianchino” e dare una visibilità che da solo non riuscirebbe mai ad ottenere. Grazie ad una costante presenza digitale riesco quindi a creare contatti utili e richieste di preventivo da parte degli internauti.

Esatto, hai introdotto un elemento fondamentale: la “costanza”. Quanto hai investito come risorse (tempo e budget) e come hai fatto a far comprendere a tuo padre la scommessa di investire sul web per un’attività (ancora) poco 2.0?

Il progetto è iniziato idealmente già nel 2011: ho intuito che sul web c’era un mercato potenziale che andava intercettato e ho iniziato a studiare le tecniche di web marketing che potevano supportarmi nella creazione e promozione del sito.

Per quanto riguarda il budget, investo mensilmente per campagne di Facebook Ads e Google Adwords, oltre che su portali di generazione preventivi.

Mio padre ha sempre stimolato il mio spirito imprenditoriale, ma come ogni lavoratore autonomo “vecchia guardia” ha voluto vedere i primi risultati per comprendere il reale valore del Web come canale commerciale. Oggi è il mio principale alleato :)

Quali sono le vostre strategie nel lungo termine? Prevedete di ampliare il team e di fare investimenti per la crescita aziendale, oppure la strategia rimarrà solo di tipo commerciale e lead generation?

Per il futuro prevediamo di continuare a investire sul Web (attraverso la pubblicità) e far conoscere sempre di più la nostra attività di imbianchini 2.0. Attualmente Internet è per noi vitale per sopravvivere.

Non sono previsti però grossi investimenti in mezzi o attrezzature. Credo infatti che il segreto per mantenere una ditta di imbiancature in questi tempi duri, sia quello di preservare le sue caratteristiche di leggerezza, in pieno approccio “lean”. E’ finito il tempo dei grandi appalti e delle grandi opere. Siamo nel tempo delle ristrutturazioni edili e del contenimento dei costi aziendali: solo così si può sopravvivere alla crisi.

Il mio sogno è sicuramente quello di riuscire a generare nuovi posti di lavoro per imbianchini e eventualmente customer care da un lato, e creare un’offerta commerciale sempre più competitiva dall’altro. Ma so che ci vorrà tempo! La crescita dovrà infatti essere sostenibile per permettere di organizzarci con le nuove risorse e mantenere così una proposta altamente competitiva, con la migliore relazione qualità/prezzo.

Grazie mille Diego, e avanti così! ;)

Quando il viaggio in moto è creato dagli utenti: intervista a Alessandro di “Fammi Strada”

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Ancora interviste sul blog, questa volta è il turno di Alessandro Altomonte, un caro amico che tra poche settimane inizierà un viaggio in moto supportato dalla rivista Motociclismo: il progetto si chiama Fammi Strada.

La filosofia del suo viaggio è quella dell’accoglienza e della condivisione: girerà per tutta Italia senza un tragitto prestabilito, ma seguendo i consigli che riceverà dai fan online; inoltre, sarà ospitato dai motociclisti che incontrerà per la via e che decideranno di farsi un pezzo di viaggio insieme a lui. A dimostrare che la storica “fratellanza tra i rider” esiste ancora!

Ciao Alessandro, so che stai per avventurarti in un’impresa entusiasmante, con il supporto della rivista Motociclismo. Raccontaci un po’ del progetto Fammi Strada e di come sei arrivato ad avere questa opportunità.

Tutto è nato nell’ Agosto 2013. Durante il mio ultimo viaggio in moto e nel pieno di grandi cambiamenti personali e professionali, ho deciso che il Motociclismo doveva essere la mia passione\professione e che ero maturo per farlo. Non molti consigliano di trasformare una passione in un lavoro, ma io in moto tutti i giorni mi ci vedo bene!

1982153_10203448550962698_1098174646_nCosì, mescolando questo forte desiderio con le mie competenze di marketing è nato “Fammi Strada”, un format di viaggio che sfrutta le dinamiche proprie dei social network e il “potere” della famosa fratellanza tra motociclisti. La scelta dell’Italia non è caso. Qui si continuano a cambiare governi ma di impegno nel turismo (che ha le potenzialità per essere la nostra maggior fonte di guadagno) nessuna traccia. Cosi nel mio piccolo ho deciso che questo viaggio dovrà configurarsi come un prodotto di riscoperta e promozione del territorio italiano. Il sito infatti sarà  anche in inglese, e ho già degli accordi con delle testate di settore americane per la divulgazione del mio futuro materiale.

Di viaggi avventura sponsorizzati se ne vedono molti. Alcuni sono entusiasmanti, altri sono piuttosto banali. Come si differenzia il tuo? Qual’è il messaggio e le emozioni che vuoi far passare con la tua avventura?

E’ vero, di viaggi avventura in solitaria negli angoli più sperduti del mondo ce ne sono stati tanti negli anni. Le aziende man mano sempre più attente al valore crescente degli influencer online hanno via via sponsorizzato questi viaggi, scatenando la voglia di moltissimi motociclisti attirati dalla possibilità di fare il viaggio della vita supportati economicamente dagli sponsor.

L’aumento di questa offerta ha però dato il potere in mano alle aziende che ora possono decidere chi finanziare, e a cascata, ha spinto i viaggiatori ad inventarsi “viaggi notizia” solo per meritarsi uno sponsor. Seguendo questa logica, avrei dovuto inventare il giro del mondo “tutto su una ruota”!! Cosi sono voluto uscire fuori da questo schema ed aprire un’altra strada, dove la notizia centrale torna ad essere il viaggio (e non il titolo) costruendo una credibilità che passa dai social network, assicurando un engagement più alto rispetto al classico report sul blog.

So che vieni anche tu dal mondo del marketing. Cosa ti ha fatto passare ad essere un rider/blogger e come giudichi lo scenario attuale della comunicazione e della blogosfera? 

Torno da un’esperienza di un anno a Londra, che mi ha fatto capire molte cose. Qui in Italia, la cultura del rischio propria del marketing non trova spazio. Per quanto possono i risultati del marketing essere preventivati e calcolati, non c’e’ strategia che garantisca il risultato, cosa che spaventa le nostre PMI in maniera fortissima. 

turchia-698Cosi nel mio piccolo, ho deciso di dimostrare che bisogna avere coraggio e provare ad innovare. Ora in versione blogger, ciò che voglio dimostrare è che si può fare il blogger senza essere considerati dei “markettari”. Vedo troppi blogger determinati ad aprire un sito per sentirsi gratificati dall’attenzione e dalle lusinghe che ricevono dalle aziende. Lo capisco, è soddisfacente, ma facendo cosi si diventa solo che schiavi del brand “che paga”. Non dico che gli sponsor sono il male, ma che bisogna imporre la propria credibilità come un valore e non come un mezzo. Modi di pubblicizzare ce ne sono di diversi e più efficaci, per i blogger e per le aziende stesse. Non a caso Motociclismo ha creduto nel mio progetto!

Dopo questa iniziativa qual’é il futuro di Ridesoul?

Ho creato il sito Ridesoul con l’intenzione di avere uno spazio online dove condividere le esperienze dei viaggi già realizzati e fare nuove amicizie. Poi è arrivata l’idea del progetto “Fammi Strada”. Ora il mio obiettivo è di dimostrare che questo format è vincente e magari  ripeterlo per Motociclismo o per altre testate eventualemente interessate. Un’altra parte importante la rivestirà la mia intenzione di creare dei tour in moto guidati per stranieri. Ma chissà, magari durante questa esperienza si presentaranno tante altre opportunità!

Caro Alessandro, te lo auguro fortemente…complimenti per il coraggio e in bocca al lupo per il tuo affascinante viaggio! ;)

Innovazione nel rapporto medico-paziente: intervista al Founder di Collabobeat

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Il mondo startup italiano negli ultimi mesi è piuttosto effervescente, ed è interessante capire, sia da un punto di vista di marketing che di “esperienza vissuta”, come si muovono gli startupper che hanno successo nel realizzare la propria idea e conquistarsi una fetta di mercato.

Oggi ho il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Floriano Bonfigli, ricercatore e Founder di Collabobeat, un’app pensata per innovare il rapporto tra medico e paziente.

Ciao Floriano, raccontaci un pò di Collabobeat: a cosa serve? a che mercato si rivolge?

Collabobeat? Forse è l’idea meno originale nella storia della tecnologia, però la più utile: aiuta la gente a ricordare le cose dette dal medico. Infatti, qualche anno fa accompagnai mia figlia dal pediatra, nulla d’insormontabile pensai. Ma tornai a casa e nel rispondere alle ovvie domande di una madre interessata alle condizioni di salute della figlia non seppi andare oltre la formula “Antibiotico per 7 giorni”…

Quindi noi suggeriamo ai medici: la prossima volta che ricevete un paziente nel vostro studio, scrivete il report della visita su Collabobeat, al termine della stessa cliccate sul tasto “Condividi Visita Medica” ed il paziente avrà accesso al vostro report, ovunque si troverà e sopratutto ogni volta che ne avrà bisogno, anche dal proprio telefonino. Dall’altro lato, il paziente potrà inserire note integrative al report come i risultati di un esame che era stato suggerito fare o semplicemente le impressioni sull’evoluzione del proprio stato di salute. Ed ecco ristabilito quel clima di fiducia e collaborazione tra medico e paziente.

Relativamente al mercato, riteniamo che ora Collabobeat sia lo strumento ideale per il giovane medico che sta lanciando la sua attività di libero professionista ed ha un disperato bisogno di crearsi una reputazione. Siamo certi che mettere a disposizione dei pazienti le proprie considerazioni in modo così trasparente ed immediato sarà un gesto tra i più apprezzati.

Pensi che una conversazione tra medico e paziente sia utile solo per quest’ultimo, o ne beneficia il medico stesso nella propria pratica?

Collabobeat_VisitNoteIl paziente che conversa apertamente con il proprio medico è quello che mette sul piatto il maggior numero di informazioni e nel più breve tempo possibile. E’ anche quello che ragiona a voce alta correggendosi, se ce n’è bisogno. Tutto ciò fa felice il medico a cui spetta il compito più difficile: interpretare queste informazioni, incorniciarle con dati più oggettivi per uscirne con una diagnosi ed un piano di cura.

Qual è lo stato attuale dell’innovazione nel settore medico? Quali sono le realtà e i settori dove si stanno applicando di più le nuove tecnologie?

Recentemente ho letto un report che dimostra come il settore dell’healthcare stia vivendo un vero e proprio paradosso: è l’unico in cui l’introduzione di nuova tecnologia fa lievitare i costi piuttosto che abbassarli. Lo stesso report termina con un’affermazione forse provocatoria: le innovazioni ora più utili non sarebbero tanto quelle legate alla diagnosi ed alla cura ma al coordinamento dei tanti attori coinvolti, a partire dai pazienti stessi.

In questo filone, si sta facendo molto per capire come il paziente può avere un ruolo attivo anche quando è al di fuori della struttura sanitaria, ovvero per il 99% del suo tempo. Quindi appaiono sulla scena social network il cui obiettivo è raccogliere pazienti con la stessa malattia, il luogo ideale dove supportarsi a vicenda, confrontarsi e scambiarsi utili informazioni. Poi ci sono i così detti wearable devices, strumenti che indossiamo e che automaticamente misurano quello che ci accade. Oggi sono forse alla stregua di semplici giocattoli, ci dicono quanto scalini abbiamo fatto o quanto bene abbiamo dormito. Chissà in futuro cosa ci permetteranno di fare. Stiamo vivendo tempi sicuramente interessanti.

Vedremo un futuro in cui il medico sarà più un “consulente” e il paziente in grado di tenere traccia da solo del proprio stato di salute? Ad esempio grazie alle wearable technologies e ad algoritmi in grado di interpretare tutti i dati?

Credo proprio di sì. Il medico suggerirà al paziente d’indossare quel particolare sensore o d’istallarsi sul telefonino quella particolare app. Ai vari algoritmi sarà demandato il compito di raccogliere i dati più significativi e fornire una rappresentazione grafica coerente del trend in atto. Si ritornerà quindi dal medico a cui spetterà il compito di sintesi.

Dato che sei uno startupper, ma anche un ricercatore, so che conosci bene questo mondo. Che difficoltà stai incontrando con la tua startup? Che indicazione vuoi dare ai giovani che stanno lavorando su progetti ma stentano a trovare la via per finanziamenti e successo?

La nostra difficoltà attuale è quella di convincere il primo cliente a pagare il servizio, in modo che tutti gli altri seguano a ruota. Ma è una “signora” difficoltà perché significa che si è già superata quella di formare un team, di raccogliere le risorse economiche necessarie per realizzare un prototipo, di trovare un numero sufficiente di utenti disponibili a testare in anteprima il prototipo per poterlo migliorare.

A tutti coloro che stanno trovando ostacoli nel far decollare la propria idea innovativa, a qualsiasi livello essa sia, mi sento di dire che è nella natura delle cose. Altrimenti non si tratterebbe d’innovazione. La buona notizia è che siamo in buonissima compagnia. Ce ne sono molti altri nelle nostre stesse condizioni qui in Italia, ma anche nei posti ritenuti giustamente più cool come Londra, Berlino, New York, Boston per non parlare della Silicon Valley.

Poi, e concludo, riporto il più grande insegnamento che ho ricevuto frequentando InnovAction Lab di Augusto Coppola, probabilmente la migliore startup school in Italia, visto il numero di imprese lanciate dai suoi ex-alunni e la quantità di finanziamenti che queste hanno raccolto: se la tua startup non sta funzionando come immaginavi, il primo problema da affrontare e su cui lavorare sei tu!

Grazie dell’intervista e dei consigli, caro Floriano! Terrò “nota” della tua disponibilità :D

Dal Sud del mondo al Coworking: ecco come nasce lo spazio di condivisione Warehouse Marche

coworking partecipazione
Le parole che sentiamo ripetere spesso ultimamente, quando si parla di economia, sono partecipazione, collaborazione e condivisione. Applicando questi concetti alle professioni e ai luoghi di lavoro,  il riferimento al coworking è immediato. Oggi ho il piacere di fare due chiacchiere con Laura Sgreccia e Ronnie Garattoni, fondatori di Warehouse Coworking Factory, un nuovo spazio di coworking nelle Marche.

Averli conosciuti di persona e aver visitato gli uffici, mi ha dato lo spunto per condividere con loro alcune riflessioni su come sta cambiando il mondo del lavoro e sugli scenari che si stanno aprendo sia per i liberi professionisti, che per le imprese con mentalità aperta e voglia di innovare anche nei rapporti con i collaboratori interni ed esterni.

Ciao Laura, com’è nata l’idea Warehouse Marche? A chi si rivolgono gli spazi di coworking?

L’idea di Warehouse Marche nasce da una nostra naturale inclinazione, o vocazione professionale. Dopo un’importante parentesi lavorativa nel settore della Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, nel Sud del mondo, siamo rientrati in Italia tre anni fa con la voglia di difendere le competenze acquisite durante gli oltre 10 anni vissuti all’estero.

Abbiamo ricominciato nel nostro paese una vita da freelance, per lo più vissuta dentro le mura di casa. Non ci eravamo abituati, perché il nostro modo di lavorare per molti anni è stato all’insegna della condivisione, della partecipazione, del confronto con altre culture e altre professionalità.

Di qui, la necessità di mettere in piedi uno spazio lavorativo non solo per noi, ma fatto di persone che condividessero i nostri stessi valori di apertura e curiosità intellettuale, e soprattutto, la voglia di stimolare il nostro territorio con progetti in grado di coniugare crescita economica e sviluppo umano e sociale.

Abbiamo quindi fondato una società, Pamoja  Value, che si occupa di sensibilizzare le imprese locali, e più in generale il territorio, sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile. Poi abbiamo aperto uno spazio di lavoro condiviso, il Warehouse Coworking Factory.

Gli spazi di coworking rappresentano un modo nuovo di lavorare, che porta con sé anche un forte cambiamento sociale e culturale: il lavoro in condivisione offre la possibilità di uscire dall’isolamento che molto spesso coinvolge freelance, liberi professionisti e piccole aziende che gestiscono il lavoro da casa, e abbatte i costi fissi di gestione rispetto ad un ufficio tradizionale.

Il nostro progetto, andando oltre il coworking, vuole creare  un vero e proprio ecosistema di professionisti disposti a condividere conoscenze e opportunità, costruire relazioni, mettere a fattore comune idee e know-how per lo sviluppo sostenibile del territorio e delle comunità di riferimento.

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La vostra vita è costellata di viaggi ed esperienze in molti paesi del mondo. Come i viaggi che avete fatto hanno influito sulla vostra idea di coworking? Quali elementi delle esperienze che avete fatto volete riportare in questa realtà, anche per differenziarla dalle altre?

Come ho già detto, le esperienze di vita e professionali vissute in Paesi in Via di Sviluppo sono strettamente collegate alle motivazioni per cui nasce Pamoja Value e ai valori che oggi portiamo dentro Warehouse.

Pamoja Value significa “Valore Condiviso” ed è l’unione di parole provenienti da due lingue, lo Swahili e l’Inglese. Rappresenta per noi il desiderio di voler spenderci, nel nostro territorio, per una sfida: riconsiderare  le relazioni umane, la crescita e lo sviluppo dei territori in chiave più sostenibile. E il coworking è sicuramente un’occasione per ripensare le relazioni tra persone, e tra persone e territorio; è uno stile lavorativo che risponde a quel bisogno di socialità – libera e spontanea – che le dinamiche odierne del lavoro hanno sottratto all’individuo.

Il coworking coltiva quella dimensione di condivisione all’interno e apertura all’esterno che, come avviene ancora in molte comunità nel Sud del mondo, permette di farsi carico di situazioni difficili grazie alla collaborazione, allo scambio, alle condivisione; allo stesso tempo di assorbire quanto giunge dall’esterno, accumulando saperi e professioni.

E’ proprio questo che, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare: non apriamo la porta ai nostri coworkers offrendogli solo una postazione per lavorare, ma ci impegniamo con loro per costruire momenti di crescita personale e professionale; dialoghiamo con le istituzioni, le imprese ed altri coworking; discutiamo e analizziamo i bisogni del nostro territorio, perché è proprio li che trova forma la vera innovazione sociale.

Quali opportunità può generare un coworking nel territorio in cui è inserito?

I coworkers sono studiosi, liberi professionisti, freelance, creativi, start-up, piccole imprese che rappresentano un importante capitale intellettuale. I coworking diventano luoghi di riferimento dove intercettare professionalità con competenze specializzate e idee innovative, e dove si scatenano interazioni spontanee di cui beneficiano sia gli stessi professionisti che il territorio.

In un’era in cui il “posto fisso” lascia sempre più spazio all’auto-imprenditorialità e alle libere professioni, come pensate stia cambiando il mondo dell’occupazione? Quali prospettive si stanno aprendo?

Il lavoro sta cambiando: siamo ad un punto di non ritorno. Da un lato le imprese si avvalgono sempre più di collaboratori esterni; dall’altro liberi professionisti, startup e freelance sono in grado di svolgere il proprio lavoro ovunque e in autonomia, grazie alle nuove tecnologie.

Al centro torna l’uomo con le sue relazioni. Questa è la direzione verso cui si sta andando, anche se si dovrà passare per un cambiamento culturale notevole che porta con sé nuovi modelli, una nuova cultura del lavoro freelance e della libera professione all’insegna dell’intelligenza collettiva.

Non pensate che il coworking applicato al lavoro, sia un pò come il co-housing applicato all’abitare? O il car sharing allo spostarsi? Quale ruolo può assumere uno spazio di questo genere in nuovi modi di concepire la propria vita? 

Esatto! La condivisione tra professionisti non è solo di spazi e scrivanie, ma anche di macchinari e attrezzature, di idee e voglia di mettersi in gioco. Oltre al coworking si parla già di co-making, co-thinking…

Questi nuove dinamiche di condivisione stanno rendendo le persone tendenzialmente più produttive, più libere dai meccanismi delle gerarchie e con maggiori opportunità di seguire le proprie aspirazioni: un vivere più umano, più naturale, più piacevole. Ecco come il coworking è il primo passo verso un vero e proprio cambiamento sociale ed economico: l’ utilizzo intelligente di uno spazio fisico che favorisce la messa in comune di risorse, per un lavorare e un vivere più creativo e sostenibile.

Un grazie ed un caloroso abbraccio a Laura & Ronnie. Se volete passarli a trovare, Warehouse Marche si trova a San Costanzo (PU), uscita A14 – Marotta. Ciao! ;)