Archivi categoria: Spazi di Marketing

Il caso #Juglife: dall’hashtag al brand

il caso juglife

Può un brand nascere da Twitter? Un altro caso di marketing interessante, sempre dagli States, questa volta arriva dal mondo della NBA.

JaVale McGee è un cestista dei Denver Nuggets famoso non tanto per essere un campione, ma piuttosto perché è un personaggio abbastanza esilarante, di quelli che i fan e i commentatori sportivi ci vanno a nozze. Ma ha una qualità: salta molto più alto degli altri.

A suo dire, uno dei segreti è bere un gallone di acqua al giorno (corrispondono a circa 3,8 litri) in una tanica di plastica. Questo, unito alla sua passione per i social media, lo ha portato a creare un hashtag #JUGLIFE (“jug” vuol dire boccale) che si è rapidamente diffuso tra i fan come lifestyle.

I followers hanno iniziato ad imitare il giocatore dei Nuggets, fotografandosi con la tanica di plastica e twittando con il tag #JUGLIFE. McGee si è reso conto di ciò che stava accadendo e ha iniziato a retwittare tutti quelli che postavano foto. Un’abile mossa: ha capito che i suoi fan stavano contribuendo a creare un vero e proprio brand.

followers mcgeeA seguito di questo, e considerando la base utenti molto ampia, nata unicamente su Twitter grazie all’hashtag, McGee e i suoi manager ci hanno visto un’opportunità di business: hanno creato un brand che vende guanti di spugna e cappelli per le partite di basket, sotto il nome di JUGLIFE Water.

La mission è quella di promuovere uno stile di vita salubre e attivo, attento all’alimentazione e alla pratica sportiva, per rimanere in forma e ridurre il rischio di malattie. Inoltre, con furbizia, hanno sposato la causa umanitaria di acqua pulita per i paesi bisognosi, aprendosi dunque anche ad un target meno sportivo ma attento alle cause socialmente utili.

Non so se il business avrà un grande giro, in ogni caso possiamo trarre considerazioni interessanti da questo case-history.

Modi alternativi di usare Twitter. Come avevamo già avuto modo di dire, Twitter si dimostra in certi casi uno strumento strategico che va oltre il mero essere un “canale di comunicazione”, ma può diventare un vòlano su cui basare un intero prodotto/business;

Il marketing del passaparola. Come dicono i manuali di word-of-mouth, la conversazione va incentivata e mantenuta attiva. Retwittando tutti quelli che parlavano di lui, McGee ha tenuto alto il passaparola e aumentato la visibilità del suo hashtag/brand tra i followers, facendo diventare il suo stile un vero e proprio must;

La creazione di un brand. Un brand ha bisogno di tre componenti per formarsi: l’unicità (quindi posizionamento chiaro, chiarezza e memorabilità), un messaggio (Juglife veicola valori, uno stile di vita sano, strizza l’occhio alle attività umanitarie) e una base utenti che possa diffonderlo: la sapiente gestione del mix dei tre elementi può funzionare per qualsiasi brand! Ricordiamo, però, che in questo caso il brand è strettamente collegato al personaggio (che non ne è dunque solo testimonial o portavoce), quindi eventuali “cadute di stile” potrebbero pregiudicare la credibilità della sua iniziativa.

Il marketing del personaggio. Al di là dello specifico caso, ricordo che i personaggi celebri, in virtù della loro esposizione mediatica e della schiera di seguaci, hanno un ruolo importante nella nostra società come veicolatori di messaggi. Possono innescare trend e modificare comportamenti e stili di vita, motivo per cui la propria immagine andrebbe sempre gestita con un occhio agli aspetti che hanno maggior impatto nel sociale.

Tu cosa ne pensi? ;)

juglife marketing

Il segmento delle tisane e bevande naturali: un settore in crescita

marketing tisane e infusi

Avevo già parlato delle potenzialità dei prodotti e servizi legati al benessere grazie all’uso delle nuove tecnologie. Oggi voglio fare luce su un’altra interessante tendenza, legata all’alimentazione. Da un pò di tempo ho notato che in bar e ristoranti sono sempre più commercializzate tisane e bevande naturali. Incuriosito, ho deciso di fare qualche indagine sui dati di settore, scoprendo cose molto interessanti.

Come pensavo, il segmento delle tisane (che comprende anche infusi, té e erbe naturali) è in controtendenza rispetto all’andamento del mercato, come è accaduto anche per altri prodotti: in Italia il giro d’affari del settore (nel 2012) è di 250 milioni di euro, con una crescita annua del +11% per le tisane e +8% per gli infusi, a scapito della camomilla che subisce invece una flessione a causa del fenomeno della cannibalizzazione* [1].

Il nuovo interesse riposiziona la tisana non più come prodotto “per malati“, da bere da soli, ma come una preziosa bevanda da gustare in compagnia. L’uso non è più soltanto limitato a casa o nei centri di terapia e wellness (terme, spa…) ma si allarga ai locali di ristorazione come bar, pub, taverne, costituendo un’alternativa di consumo sia al caffé e derivati (cappuccino, mokaccino, ecc), che agli alcolici (birre e cocktail).

Un prodotto che piace anche agli uomini anche perché molto mirato nell’uso: solitamente ad ogni tisana corrisponde un beneficio funzionale (depuratrice, rilassante, per la regolarità intestinale) andando ad intercettare target differenti e specifici: “sportivi” molto attenti alla linea, “business man” con alto livello di stress, “pazienti” che soffrono di patologie fisiche o psicologiche, ecc.

Le occasioni d’uso si allargano dunque, anche se il “momento di vita” prevalente rimane quello della sera prima di andare a dormire dove oltre alle “tradizionali” camomille si affiancano infusi a base di melissa e passiflora [2]. Interessante notare che una buona parte di consumatori preferisce ingredienti sfusi alle bustine [3], sia perché i principi attivi sono più efficaci, sia per una questione emozionale: quando si è in casa e non si ha fretta, preparare un infuso di erbe è un rituale, che contribuisce alla riduzione dello stress e al godimento di un momento di relax, intimo e spirituale.

Altro interessante aspetto è legato al mondo valoriale collegato con questi prodotti. I produttori sono molto attenti a far corrispondere identità dell’azienda, mission, metodi di produzione e packaging, per non tradire le attese dei consumatori ai quali si rivolgono: ad esempio, Aboca ha sostituito i punti metallici e collanti nei filtri con un sistema brevettato di chiusura “annodata”; YogiTea trasporta i propri prodotti via treno invece che su gomma, anche se più costosi, proprio per allinearsi alla “visione del mondo” proposta; altre aziende seguono la certificazione biologica dei propri prodotti, e in generale, l’utilizzo di materiali eco-compatibili.

tisana marketing

In sostanza, la condivisione di una tisana con gli amici, al bar o in casa, è un trend in crescita che si affianca a tutte quelle pratiche legate al benessere, alla cura e alla crescita spirituale delle persone. Tendenza che si riflette anche nel comparto alimentare generico, e più in generale, nelle scelte di vita degli italiani (pensate che i vegetariani costituiscono ormai il 6% della popolazione, e aumentano progressivamente).

Concludo notando che stiamo passando (e vediamo se i prossimi anni ce lo confermeranno ) da un consumatore semplicemente attento a ciò che compra, a un consumatore consapevole in senso più ampio: ai metodi di produzione delle aziende, agli ingredienti scelti per realizzare i prodotti, agli effetti di ciò che consuma sulla propria vita nel lungo termine, e all’impronta ecologica sul pianeta.

[1] Trend positivo per il mercato del té, tisane e infusi nel 2012, www.beverfood.com (*la cannibalizzazione è quel fenomeno per cui la quota di mercato di un prodotto viene erosa da un sostitutivo, anche prodotto dalla stessa azienda)

[2] Il mercato di tisane e infusi cresce a doppia cifra, MarkUP, 22 dicembre 2011

[3] Nelle tisane è marcata la componente emozionale, MarkUP, 25 giugno 2012

La Cucina del Conflitto: quando il marketing si fa “buono”

cocina del conflicto

Conflict Kitchen è un ristorante di Pittsburgh molto particolare: serve soltanto piatti di cucine derivanti da paesi con i quali gli USA sono in conflitto. La strategia è semplice: prima attirano i clienti con buon cibo etnico, poi li coinvolgono in dibattiti geopolitici e culturali sulle questioni scottanti della politica estera statunitense.

Ogni quattro mesi vengono serviti piatti etnici derivanti da un singolo paese: ora ad esempio il topic è Cuba. Nei mesi scorsi hanno rotato i menù di Iran, Afghanistan e Venezuela…prossimamente verrà servita nel piatto la questione coreana.

La cosa bella di Conflict Kitchen è che il locale ha come mission quella di educare i clienti, facendo informazione sui conflitti in atto tra gli USA e altri paesi, andando a fondo sulle controversie aperte, ma anche sulla storia e la politica di questi paesi. E lo fa attraverso eventi e discussioni organizzati con persone che provengono proprio da lì. Un “tavolo di dibattito”, insomma, per discutere le scelte del proprio paese e per aprirsi alla prospettiva di nuove culture.

Il locale si differenzia “facendo cultura” in toto, e non limitandosi a proporre gli aspetti culinari dei vari paesi, come la maggiorparte delle attività di questo genere. Una scelta decisamente intelligente, oltre che socialmente innovativa.

In questo modo, si riesce a sensibilizzare il pubblico su tematiche delicate, creando non soltanto engagement, ma una vera e propria comunità di persone che gravitano intorno al locale e partecipano in prima persona alle iniziative. Se ci pensiamo bene, è una cosa abbastanza rara per un ristorante che di solito si accontenta di avere una “clientela affezionata”.

il marketing buono

Quali spunti possiamo trarre dal caso Cucina del Conflitto?

Dal punto di vista strategico, è interessante vedere il calendario editoriale molto ben fatto: sfruttando la flessibilità in cucina riescono a cambiare non solo il menù, ma anche tutta la comunicazione di prodotto che vi ruota intorno nei 4 mesi, incluse le confezioni e il materiale informativo. A dimostrazione dell’importanza del content marketing, sopratutto su progetti di rilevanza sociale, come questo.

Poi, è sempre bello parlare di un case-study di marketing “buono”. Troppo spesso additato (anche da me) come panacea di alcuni mali della società, il marketing è in realtà solo uno strumento, che nelle giuste mani e per le giuste cause può contribuisce alla crescita della consapevolezza e dell’educazione di una micro-comunità locale.

Infine, Conflict Kitchen è una delle interessanti realtà che riflette il cambiamento in atto in una società, quella statunitense, da sempre troppo consumista, individualista e abbastanza “chiusa” nei confronti degli altri paesi (sapete che meno del 10% di americani ha viaggiato fuori dal paese, anche per paura e ignoranza?).

E’ bello quindi vedere come le cose si stanno muovendo, ed emergano sottoculture nuove che sfociano in larghi movimenti anticonsumisti, anticapitalisti e favorevoli a nuove forme di rispetto ambientale e sociale (dal Freeganismo a Occupy Wallstreet). Che, attenzione, non sono soltanto prodotti della crisi, ma processi di un lento ma inesorabile shifting di coscienze in atto.

Chi guadagna dalla crisi (2). E-commerce di aziende in fallimento

e-commerce fallimenti

Avevo già parlato dei risvolti positivi della crisi per alcune categorie merceologiche, i cosiddetti business anticiclici, cioè tutti quei settori che in fase di generale recessione risultano in crescita grazie ad alcune particolari dinamiche che si innescano. Pensiamo alle biciclette rispetto alle auto, ai discount nella GDO, ad alcuni generi alimentari…Per approfondire, vi rimando a questo articolo.

Tra i business che crescono nella crisi, oggi ne aggiungo un’altro, al quale ha dedicato spazio anche il Sole24Ore [1]. Si tratta della vendita on-line di aziende in fallimento, un business che nasce “sulle spalle” di imprese che liquidano la loro attività, grazie all’operato di altre realtà aziendali virtuose che utilizzano l’e-commerce.

E’ il caso dell’italiana Industrial Discount che mette all’asta le liquidazioni nel proprio sito web, vendendo gli attivi patrimoniali delle aziende di cui cura il fallimento. Dato che ricollocare l’intera azienda – cioè trovare un’investitore che punti a farla ripartire – è molto difficile, risulta più fruttuoso scomporre l’azienda (s)vendendone i residui. Il sistema funziona tramite asta, che può essere pubblica o sottoforma di trattativa privata.

aste fallimenti on-line

I prodotti sono i più disparati, dato che i fallimenti da curare riguardano ogni settore: si va da macchinari per lavorazioni industriali, alle flotte auto, fino a componenti per la produzione di generi alimentari. In pratica, tramite e-commerce, si re-immettono sul mercato - ridando valore – a dei beni che altrimenti lo avevano perso, a prezzi più bassi rispetto a quelli di mercato, costituendo una bella occasione per imprese che possono fare investimenti convenienti per la propria produzione.

Ovviamente, l’asta di rimanenze industriali non è una novità (la Ritchie Bros lo fa da anni), ma con l’on-line assume dinamiche nuove e apre prospettive interessanti.

Infatti, al momento questi siti trattano componenti e macchinari, ma ci sono (purtroppo) migliaia di aziende in fase di fallimento, con magazzini pieni di prodotti consumer (cioè prodotti finiti) che potrebbero essere reinseriti nel mercato tramite formule di e-commerce, direttamente a privati.

La cosa interessante di tutto questo – andando oltre le solite pessimistiche interpretazioni della crisi (“mamma mia quante aziende chiudono“) – è che il fallimento di qualcuno può significare una più agevole rinascita di qualcun’altro. A patto che il mercato si organizzi per coadiuvare queste dinamiche.

[1] Quando la recessione finisce in asta, IlSole24Ore, 7 maggio 2013