Una delle più grandi possibilità di internet, è quella di mettere insieme competenze sparse per il mondo per sviluppare progetti utili alla collettività.
Il crowdsourcing (letteralmente “tirare fuori dalla gente“) è possibile grazie agli strumenti del web 2.0 (non a caso detto web partecipativo), come social network, siti e piattaforme interattive.
I partecipanti, in genere, sono appassionati (amatori e professionisti) che mettono a disposizione il proprio ”spare time” per cause di interesse collettivo, e senza alcun ritorno economico. Le motivazioni che guidano i membri di queste community collaborative, infatti, sono rintracciabili nella passione, nell’affermazione nelle stesse comunità , e nella sensazione di contribuire a una causa comune.
I più famosi esempi di crowdsourcing sono i software come Linux, ma anche l’enciclopedia virtuale Wikipedia. In questi casi, ogni singolo utente, possedendo una conoscenza unica e personale, crea un piccolo tassello di un”opera complessiva (ad esempio, scrivere un codice per il software, o un paragrafo per una voce “wiki”).
Ovvio che le potenzialità del crowdsourcing sono immense, e probabilmente, siamo soltanto agli inizi di quella che viene definita una vera e propria “rivoluzione partecipativa“.
Ma, effettivamente, che cosa si può fare in crowdsourcing?
Un esempio interessante ci arriva dalla stessa Wikipedia, che oltre ai contenuti dell’enciclopedia, ha messo in crowdsourcing anche il proprio piano strategico. Più di 1.000 persone da tutto il mondo hanno contribuito al progetto, coordinato da una società di consulenza no-profit, che ha avuto il compito di seguire i lavori e fornire un framework di dati e strumenti. L’agenzia ha avuto il non facile compito di condensare circa 1500 pagine di contributi in un documento di 15 pagine. Ecco il risultato.
Un’esempio ancora più illuminante arriva dall’Islanda, dove i cittadini hanno contribuito alla stesura della propria Costituzione. Mano a mano che i parlamentari scrivevano gli articoli, li sottoponevano al giudizio popolare, che poteva esprimere “like” e commentare/criticare i vari passaggi. Il crowdsourcing, in questo caso, è strumento di democrazia: i cittadini hanno espresso la propria voce in modo diretto, in un modo mai visto e concepito prima.
Molte imprese, invece, beneficiano del crowdsourcing per fare Ricerca e Sviluppo. Grazie a Innocentive, ad esempio, aziende in incognito (che si è scoperto essere anche multinazionali del calibro di P&G e Cogate), pongono un problema da risolvere, e premiano chi riesce a scovare la soluzione migliore. In questo caso, il crowdsourcing entra nel processo innovativo dell’azienda, riducendone costi e tempi in modo drastico.
Quello che emerge, e che sarà sempre più chiaro negli anni a venire, è che le iniziative collaborative via web saranno predominanti, con tre punti chiave:
- sempre più aziende guarderanno all’innovazione partecipata, coinvolgendo consumatori e appassionati attraverso gli strumenti del web 2.0. Da questo punto di vista, si aprono molte opportunità per la creazione di piattaforme di collaborazione a distanza;
- ogni iniziativa di crowdsourcing necessita di un “organo di governo” che supervisioni e coordini i lavori, che fornisca gli strumenti e gestisca i contributi, in modo efficace;
- il denaro sarà sempre meno un ”driver” motivazionale; conteranno la gestione delle comunità virtuali, la creazione di legami e di senso di appartenenza.
